Non ho mai scritto, o sarebbe meglio dire non ho pubblicato nulla nell’ultimo mese e mezzo sull’affaire Marrazzo. Una storia, una persona che fa pena e sì, a tratti, anche un po’ tenerezza. Ma una storia molto comune che fa al tempo stesso rabbia per la totale incapacità di questo bimbo un po’ troppo cresciuto e beccato con le mani nella marmellata di reagire al pregiudizio borghese senza farsi sopraffare e per poi soccombere, di prendersi, se vogliamo, le proprie responsabilità. Una storia con una morale lunghissima che non salva nessuno, dall’indifferente al più crudele carnefice, dalla sbarra dell’accusa e che riserva qualcosina da insegnare ad ognuno.

Ieri notte, nel Paese in cui sembra dovesse necessariamente essere il Grande Fratello a svelare l’esistenza del percorso FtoM, l’unico fra l’altro in cui nessuno sembra essersi accorto che il ruolo della televisione come maestra di vita sembra essersi concluso da una quarantina d’anni, si è verificata  un’altra di quelle cose che ci fanno sentire italiani come non mai: una tacca in più nell’infinita lista dei misteri che rimarranno per sempre tali. Per molti è una puttana carbonizzata, per altri era IL trans. A tutti rimane la coincidenza agghiacciante che questo orrendo epilogo, su cui mai sapremo davvero di più, sia caduto proprio il giorno della memoria trans.

Per qualcuno la vicenda, dai contorni tanto indefiniti quanto presumibilmente agghiaccianti, è stata ancora una volta il pretesto per notare la più totale leggerezza con cui le persone, specie quelle che dovrebbero fare informazione, trattano temi e notizie riguardandi l’universo transessuale e transgender. Una parte totalmente isolata, invisibile della nostra più ampia famiglia con la quale le lesbiche, ed ancor più i gay hanno contatti labili se non  nella maggior parte dei casi inesistenti. Un’emarginazione che starà facendo muovere nella tomba i pionieri del nostro movimento e della quale, mi spiace dirlo, si dividono però ampiamente le colpe omo e trans.

Il teorema è confermato dal fatto che nessuno, nemmeno alle dirette interessate che in questi ultimi tre mesi di manifestazioni ed eventi di ogni tipo hanno preferito l’assenza o il mantenimento di un profilo basso che rasenta il più completo anonimato, sembra reagire al più totale scippo di dignità operato da questi cosidetti “professionisti dell’informazione”, ignoranti di mestiere e campioni nell’arte del copia/incolla, persino nei confronti di un cadavere ancora caldo. Ieri sera eravamo una quindicina a Roma davanti la sede dell’Ordine dei Giornalisti, non molto lontano da piazza della Repubblica. Eravamo lì ancora una volta per denunciare l‘ignoranza come regina di tutte le violenze. Eravamo lì mentre pensavo con estrema amarezza, fra le tante altre cose, che il giorno in cui nascerà una nuova Sylvia Rivera, il giorno in cui vivrà in questo Paese tarderà ancora un po’ arrivare.

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